Beginners' Guide/Installation (Italiano)

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Suggerimento: Questa è una parte della versione suddivisa in pagine multiple della Guida per Principianti. Cliccare qui se si preferisce consultare la guida nella sua interezza.

Contents

Installazione

Note: Se si ha accesso alla rete tramite un proxy HTTP e/o FTP e si vuole utilizzare DHCP per la configurazione della propria interfaccia di rete, è necessario impostare la variabile d'ambiente http_proxy e/o ftp_proxy dalla console, prima di lanciare il comando /arch/setup, così come indicato in seguito:
export http_proxy=http://<http_proxy_address>:<proxy_port>
export ftp_proxy=ftp://<ftp_proxy_address>:<proxy_port>

Per far partire l'installazione, avviare come root lo script di installazione dalla console virtuale tty1:

# /arch/setup

Apparirà sullo schermo il menu di installazione di Arch Linux.

Nota: Quando si ritorna al menu principale, dopo che si è passati attraverso una opzione, la scelta successiva viene evidenziata per voi.

Selezionare una fonte di installazione

Dopo una schermata di benvenuto, verrà richiesta una fonte da cui installare.

La finestra di dialogo 'Select Source' vi chiederà di selezionare il repository che si desidera attivare.

Core
Se si è scelto il programma di installazione 'Core' e si desidera utilizzare i pacchetti presenti sul CD, selezionare core-local. Se invece si desidera scaricare i pacchetti, invece di utilizzare quelli del CD, selezionare core-remote, e se volete altri repository remoti.
Attenzione: È possibile selezionare diversi repository remoti diverse, ma si tenga a mente il messaggio dal programma di installazione: "NON combinare un repository locale con mirrors remoti se non si sa cosa si stia facendo (questo potrebbe causare pacchetti CORROTTI)!"
Netinstall
Se si utilizza una immagine Netinstall, sarete in grado di selezionare solo repository remoto.

Se non siete sicuri di quale utilizzare, selezionare 'core-remote' con l'aggiunta di 'extra-remote' e 'community-remote'. Se si installa una versione a 64 bit di Arch, si potrebbe anche voler selezionare 'multilib'. Tuttavia, queste impostazioni saranno effettuate più avanti, per il sistema di destinazione, nel processo di installazione.

Attenzione: Se si utilizza il repository 'testing' si presuppone che si segua la mailing list arch-dev-public. Si deve conoscere o essere disposti ad imparare ad usare chroot nella cartella di installazione di Arch tramite live CD ed essere capaci di effettuare il downgrade dei pacchetti.

Configurare la rete

Nota: ftp.archlinux.org è bloccato alla velocità di 50KB/s
Suggerimento: Per ottenere la migliore velocità di download possibile, bisognerebbe scegliere dei server che risiedono nel vostro paese, o che siano vicini, e che siano ospitate da provider di hosting affidabili, come le università. Un buon metodo per verificare la velocità relativa dei repository di origine, ed il suo stato di aggiornamento, è quello di consultare la pagina Mirror Status

Se si è scelto di utilizzare come repository core-local così come remote, si sarà ora data la possibilità di consultare le fonti remote solo per i pacchetti disponibili a livello locale, o il contrario.

Nella schermata successiva, selezionare YES per impostare la rete. Sarà richiesto di caricare i driver ethernet manualmente, se lo si desidera. Udev è molto efficace a caricare i moduli necessari, quindi si può presumere che abbia già provveduto a farlo. Nella schermata successiva, selezionare Setup Network. Lo si può verificare premendo Template:Keypress e invocando ip addr. Al termine, ritornare alla tty1 premendo Template:Keypress

Verranno mostrate le interfacce disponibili. Se un'interfaccia ed il suo HWaddr (HardWare address) sono elencati, allora il relativo modulo è già stato caricato. Se l'interfaccia non compare nell'elenco si può cercare di testarla ed avviarla tramite l'installer, o manualmente tramite un'altra console virtuale. Scegliere l'interfaccia appropriata e proseguire.

L'installer richiederà se si desidera utilizzare DHCP. Scegliendo Yes, verrà eseguito dhcpcd, al fine di rilevare un gateway disponibile e richiedere un indirizzo IP; Scegliendo No, verrà richiesto l'inserimento di IP statico, netmask, broadcast (opzionale), gateway, Server DNS, proxy HTTP (opzionale), e proxy FTP (opzionale).

In seguito, si ritornerà al menu principale.

Impostare una connessione (A)DSL in ambiente live (opzionale)

(Se si è in possesso di un semplice modem (o di un router in modalità bridged) per connettersi al proprio ISP)

Portarsi in un'altra console virtuale premendo Template:Keypress, effettuare il login come utente root ed eseguire

# pppoe-setup

Se tutto è stato correttamente configurato, al termine si sarà in grado di connettersi al proprio ISP tramite

# pppoe-start

Ritornare alla prima console virtuale premendo Template:Keypress e continuare con Impostare un editor

Impostare una connessione wireless in ambiente live (opzionale)

(Se si necessita di connessione wireless durante l'installazione)

Le utilità ed i driver wireless sono ora disponibili nell'ambiente live del supporto d'installazione. Una buona conoscenza del proprio hardware wireless sarà di importanza fondamentale per una buona riuscita dell'operazione. È da notare che la seguente procedura rapida eseguita a questo punto dell'installazione inizializzerà l'hardware di rete per un utilizzo esclusivamente all'interno dell'ambiente live di installazione. Sarà necessario ripetere questi passaggi (o un qualche altro tipo di gestione della rete wireless) una volta avviato il sistema installato in sul disco.

Da notare anche che questi passaggi sono opzionali se non si ha necessità di connessione wireless durante il processo d'installazione; le funzionalità wireless verranno comunque abilitate in seguito.

Nota: Nell'esempio seguente utilizzeremo wlan0 come interfaccia di rete e linksys per il nome ESSID. Ricordarsi di cambiare questi valori in base alla proprie esigenze.

Il procedimento di base sarà:

  • Portarsi in una console virtuale libera, ad es.: Template:Keypress
  • Effettuare il login da utente root
  • (Opzionale) Identificare l'interfaccia wireless :
# lspci | grep -i net

o, se si utilizzano dispositivi USB:

# lsusb 
  • Assicurarsi che udev abbia caricato il driver, a che il driver abbia creato un'interfaccia del kernel utilizzabile con /usr/sbin/iwconfig:
iwconfig
iwconfig
 lo no wireless extensions.
 eth0 no wireless extensions.
 wlan0    unassociated  ESSID:""
          Mode:Managed  Channel=0  Access Point: Not-Associated   
          Bit Rate:0 kb/s   Tx-Power=20 dBm   Sensitivity=8/0  
          Retry limit:7   RTS thr:off   Fragment thr:off
          Power Management:off
          Link Quality:0  Signal level:0  Noise level:0
          Rx invalid nwid:0  Rx invalid crypt:0  Rx invalid frag:0
          Tx excessive retries:0  Invalid misc:0   Missed beacon:0

wlan0 è l'interfaccia wireless disponibile nell'esempio.

Nota: Se non si vede qualcosa di simile a questo, il driver wireless non è stato caricato. Se questo è il proprio caso, sarà necessario caricare il driver manualmente. Si prega di consultare la pagina wireless Setup per informazioni più dettagliate.
  • Accendere l'interfaccia con:
# ip link set wlan0 up

Una piccola percentuale di chipset wireless richiedono un firmware, oltre al corrispondente driver. Se il proprio chipset wireless richiede un firmware , si dovrebbe ottenere un errore simile:

 ip link set wlan0 up
SIOCSIFFLAGS: No such file or directory

Se non si è sicuri, eseguire /usr/bin/dmesg per interrogare il log del kernel per una richiesta di firmware da parte del chipset wireless:

Esempio di output da un chipset Intel che necessita ed ha richiesto un firmware al kernel all'avvio.

dmesg | grep firmware
firmware: requesting iwlwifi-5000-1.ucode

Se non vi è output, si può concludere che il chipset wireless del sistema non richiede firmware..

Nota: I pacchetti con i chipset per il wireless (per le schede che lo necessitano) sono preinstallati in /lib/firmware nell'ambiente live, (su CD o supporto USB) ma dovranno essere esplicitamente installati sul sistema definitivo per fornire funzionalità wireless all'avvio! La selezione e installazione dei pacchetti è spiegata in seguito. Accertarsi di aver spuntato sia il modulo sia il firmware durante la selezione dei pacchetti! Consultare Wireless Setup se non si è sicuri riguardo l'installazione del particolare firmware per la propria scheda. Questo è un errore molto comune.
  • Se l'ESSID è stato dimenticato o è sconosciuto, utilizzare iwlist <interface> scan per trovare le reti wireless nelle vicinanze.
iwlist wlan0 scan
Cell 01 - Address: 04:25:10:6B:7F:9D
                    Channel:2
                    Frequency:2.417 GHz (Channel 2)
                    Quality=31/70  Signal level=-79 dBm  
                    Encryption key:off
                    ESSID:"dlink"
                    Bit Rates:1 Mb/s; 2 Mb/s; 5.5 Mb/s; 11 Mb/s
                    Bit Rates:6 Mb/s; 9 Mb/s; 12 Mb/s; 18 Mb/s; 24 Mb/s 36 Mb/s; 48 Mb/s; 54 Mb/s
	
  • Se si utilizza la crittografia WPA:

Utilizzare la crittografia WPA richiede che la chiave sia crittografata e memorizzata in un file insieme alll'ESSID, da utilizzare successivamente per la connessione tramite wpa_supplicant. Sono quindi necessari dei passaggi in più:

Ai fini della semplificazione e di backup, rinominare il file /etc/wpa_supplicant.conf:

# mv /etc/wpa_supplicant.conf /etc/wpa_supplicant.conf.original

Utilizzando wpa_passphrase, fornire il nome della propria rete wireless e la chiave WPA da criptare, e scriverla nel file /etc/wpa_supplicant.conf.

Nel seguente esempio si utilizzerà come chiave crittografica my_secret_passkey e come nome della rete wireless linksys, e si farà in modo di generare un nuovo file di configurazione /etc/wpa_supplicant.conf, redirezionando su di esso la chiave crittografica. Per far ciò si utilizza il seguente comando:

# wpa_passphrase linksys "my_secret_passkey" > /etc/wpa_supplicant.conf
Nota: Se dovesse ritornarvi un errore del tipo bash: event not found, ciò potrebbe essere causato dal fatto che siano inclusi dei caratteri speciali (es. !) nel nome della rete. In questo caso utilizzare il seguente comando:
# sh -c 'wpa_passphrase linksys "my_secret_passkey" > /etc/wpa_supplicant.conf'

Consultare la pagina WPA Supplicant per maggiori informazioni e risoluzione dei problemi.

Nota: Il file /etc/wpa_supplicant.conf memorizza i dati in formato di testo semplice. Questo non è rischioso in ambiente di installazione, ma quando si riavvierà il nuovo sistema e si riconfigurerà WPA_supplicant, ricordarsi di cambiare i permessi al file /etc/wpa_supplicant.conf (Es. chmod 0600 /etc/wpa_supplicant.conf per renderlo leggibile solo per root).
  • Associare il dispositivo senza fili con il punto di accesso che si desidera utilizzare. A seconda della cifratura (nessuna, WEP o WPA), la procedura potrebbe essere diversa. È necessario conoscere il nome della rete wireless scelta per la connessione (ESSID).
Encryption Command
No Encryption iwconfig wlan0 essid "linksys"
WEP w/ Hex Key iwconfig wlan0 essid "linksys" key "0241baf34c"
WEP w/ ASCII passphrase iwconfig wlan0 essid "linksys" key "s:pass1"
WPA wpa_supplicant -B -Dwext -i wlan0 -c /etc/wpa_supplicant.conf
Nota: Il processo di connessione di rete può essere automatizzato in seguito usando il demone di rete predefinito di Arch (netcfg), o un altro gestore della rete a propria scelta (come wicd o networkmanager).
Nota: Se si avvia da un ambiente Live e si ha chroot nella propria installazione normale, è possibile avviare NetworkManager da linea di comando con /etc/rc.d/dbus start e /etc/rc.d/networkmanager start, è possibile avere una lista dei collegamenti disponibili con nmcli con list e utilizzare una connessione con nmcli con up id NAME dove NAME è il nome della connessione.
  • Dopo aver utilizzato il metodo appropriato per effettuare un'associazione con il proprio router, attendere qualche secondo e poi digitare il comando:
# iwconfig wlan0

L'output di questo comando dovrebbe indicare i vari parametri della propria rete wireless associata con la propria interfaccia.

  • Richiedere un indirizzo IP tramite /sbin/dhcpcd <interface>. ad es.:
# dhcpcd wlan0
  • Assicurarsi il corretto instradamento all'esterno tramite /bin/ping:
ping -c 3 www.google.com
PING www.l.google.com (74.125.224.146) 56(84) bytes of data.
64 bytes from 74.125.224.146: icmp_req=1 ttl=49 time=87.7 ms
64 bytes from 74.125.224.146: icmp_req=2 ttl=49 time=87.0 ms
64 bytes from 74.125.224.146: icmp_req=3 ttl=49 time=94.6 ms

--- www.l.google.com ping statistics ---
3 packets transmitted, 3 received, 0% packet loss, time 2002ms
rtt min/avg/max/mdev = 87.052/89.812/94.634/3.430 ms

Ora si dovrebbe avere a disposizione una connessione funzionante. Per la risoluzione di problemi, controllare la dettagliata pagina Wireless Setup.

Ritornare a tty1 con Template:Keypress e continuare con Impostare un editor

Impostare un editor

Vi verrà chiesto quale editor testuale si desidera utilizzare per modificare i file di configurazione. Potete scegliere tra nano o vi come editor di testo predefinito. nano è generalmente considerato più facile per i principianti perché il suo comportamento è più intuitivo e simile ad un word processor grafico. Le frecce della tastiera, backspace, e i tasti per cancellare, per esempio, funzionano come previsto. Un menu per i comandi più comuni (es. taglio è Template:Keypress, incolla Template:Keypress, uscita è Template:Keypress) viene visualizzato nella parte inferiore del display del terminale. Si prega di consultare le pagine wiki nano e vi per istruzioni dettagliate.

Impostare l'orologio

Impostare il paese ed il fuso orario

Scegli il paese ed il fuso orario utilizzando le frecce su e giù o saltare ad una sezione digitando la prima lettera, premere Template:Keypress per selezionare.

Impostare l'ora e la data

Impostare l'orologio hardware. Se questo non coincide con l'impostazione di altri sistemi operativi, l'orologio può essere sovrascritto e causare sfasamenti di orario (che può causare la correzione tempo di deriva dei file per essere ricalibrati).

  • UTC (Raccomandato)
Note: Utilizzare UTC per l'orologio hardware non significa che verrà utilizzato UTC nel software.
  • localtime (Altamente Sconsigliato) - utilizzato di default in Windows.
Attenzione: utilizzare localtime può portare a diversi e irreparabili bug. Tuttavia, non ci sono piani per l'abbandono del supporto di localtime.
Nota: Qualsiasi altro valore comporterà l'uso dell'orologio hardware, lasciandolo inalterato (utile per la virtualizzazione).
Impostare l'ora in dual boot con sistemi Windows

Se state configurando un sistema dual-boot con Windows, avete due possibilità:

  • Raccomandato. Impostare Arch Linux su UTC, ed in seguito impostare Windows in modo che utilizzi UTC a sua volta (è necessaria una correzione rapida del registro, vedere questa pagina per le istruzioni). Inoltre, assicurarsi di impedire a Windows di sincronizzare l'orologio da internet, in modo che l'orologio hardware utilizzi nuovamente localtime. Se si vuole usufruire della funzionalità di sincronizzazione dell'orologio (NTP sync), è necessario utilizzare ntpd sulla propria installazione di Arch Linux.
  • Sconsigliato. Impostare Arch Linux su localtime, ed in seguito (in Configurazione del sistema) rimuovere hwclock dalla stringa dei DAEMONS in /etc/rc.conf (Windows si occuperà della correzione dell'orologio hardware).

Preparare il disco rigido

Attenzione: Partizionare un hard disk è sempre un'operazione rischiosa, e può distruggere i dati presenti in esso. È fortemente consigliato fare prima una copia di sicurezza dei dati importanti.
Nota: Il partizionamento può essere eseguito prima di avviare l'installazione di Arch se lo si desidera, utilizzando gli strumenti disponibili come GParted o altro. Se l'unità di installazione è già stata partizionata con le specifiche desiderate, allora si può continuare consultando continuare con Configurare manualmente i dispositivi a blocchi, filesystems e punti di montaggio

Verificare le identità dei dischi e delle partizioni correnti invocando il comando /sbin/fdisk con l'opzione -l (è una "L" minuscola). Aprire un'altra console virtuale Template:Keypress e dare il comando:

# fdisk -l

Prendere nota del disco(i)/partizione(i) da utilizzare durante l'installazione di Arch.

Ritornare allo script di installazione con Template:Keypress

Selezionare la prima voce del menu 'Prepare Hard Drive', vi verrà presentata una lista di quattro opzioni:

Questo cancellerà l'intero disco rigido e imposta le partizioni automaticamente. Sono comunque disponibili alcune personalizzazioni.

Raccomandato. Questa opzione utilizza l'utilità cfdisk e permette una soluzione più affidabile e personalizzata per un partizionamento in base alle proprie esigenze. Dopo aver impostato le partizioni si proceda con l'opzione 3.

È possibile saltare direttamente a questa opzione se l'hard disk è già partizionato a proprio piacimento. L'opzione 3 è anche il passo successivo di preparazione del disco che segue l'opzione 2. Il sistema elencherà i filesystem e i punti di mount che ha trovato, e chiederà quali usare tra questi. Vi saranno forniti varie possibilità per scegliere il metodo desiderato per l'identificazione. Es. by dev, label o uuid.

  • OPZIONE 4: Rollback last filesystem changes

Questo ripristinerà le ultime modifiche.

Le opzioni 1,2 e 3 vengono spiegate nel dettaglio più avanti. Per capire che cosa comportano queste opzioni, viene prima presentata una discussione sul sistema di partizionamento e dei filesystem sotto Linux. A questo punto, gli utenti GNU/Linux più esperti che hanno familiarità con il partizionamento manuale possono anche saltare a Selezionare i pacchetti.

Nota: Se si sta installando su dispositivi USB flash, consultare " Installare Arch Linux su dispositivi USB".

Partizionare il Disco Rigido: informazioni generali

Il Partizionamento

Il partizionamento di un hard disk definisce specifiche aree di memorizzazione. Queste sono chiamate partizioni. Ogni partizione si comporta come un disco separato ed è formattato con un di tipo specifico di filesystem (si vedi sotto).

Esistono 3 tipi di partizione
  • Primaria
  • Estesa
    • Logica

Le partizioni primarie possono essere avviabili e sono limitate a 4 partizioni per disco o volumi RAID. Se uno schema di partizionamento richiede più di 4 partizioni, viene utilizzata una partizione estesa che contiene le partizioni logiche al suo interno. Le partizioni estese possono essere viste come un contenitore per le partizioni logiche. Un disco rigido può contenere non più di una partizione estesa. La partizione estesa è anche considerata come una partizione primaria, quindi se il disco ha una partizione estesa, solo tre partizioni primarie sono ancora disponibili (ad esempio tre partizioni primarie e una partizione estesa). Il numero di partizioni logiche che risiedono in una partizione estesa è illimitato. Un sistema che si avvia in multiboot con Windows richiede che Windows risieda in una partizione primaria.

Lo schema consueto di numerazione, è quello di creare partizioni primarie da sda1 fino a sda3, seguita con la creazione di una partizione estesa sda4. Le partizioni logiche sono numerate da sda5, sda6, e così via.

La partizione Swap

Una partizione swap è uno spazio sul disco rigido per la ram virtuale. Questa permette al kernel di avere facilmente accesso allo spazio su disco, per dati che non richiedono di essere caricati sulla RAM fisica.

Storicamente, la regola generale per le dimensioni della partizione di swap era quella di assegnarle il doppio della quantità di RAM fisica. Quando i computer hanno acquisito capacità di memoria sempre più grandi e questa norma è diventata sempre più deprecata. Su macchine con fino a 512MB di RAM, una swap grande il doppio della RAM è di solito più che sufficiente. Su è disponibile un grande quantitativo di RAM (superiore ai 1024MB), può essere possibile avere una partizione di swap più piccola oppure rinunciarne completamente. Con sistemi con più di 2 GB di RAM fisica, generalmente, ci si aspettano buone prestazioni senza una partizione di swap. C'è sempre la possibilità di creare un file di swap dopo che il sistema è stato configurato.

Nota: Se si vuole usare la sospensione su disco (ibernazione) è necessaria una swap pari almeno alla dimensione della RAM più un 10-15% (per evitare problemi legati a possibili settori danneggiati).
Selezionare uno schema di partizionamento

Non ci sono regole restrittive per il partizionamento del disco rigido, e volendo può seguire la guida generale indicata di seguito. Uno schema di partizionamento del disco è determinato da vari problemi quali la flessibilità desiderata, velocità, sicurezza, così come le limitazioni imposte dallo spazio su disco disponibile. Si tratta essenzialmente di preferenze personali. Due esempi semplici sono: i) una partizione di root e una partizione di swap o ii) solo una singola partizione di root senza swap. Leggere la seguente discussione e gli esempi indicati per comprendere i vantaggi e gli svantaggi nel prendere la decisione. Se si desidera un sistema dual boot Arch Linux con un sistema operativo Windows si veda Windows and Arch Dual Boot.

I seguenti punti di montaggio possono risiedere in partizioni separate:

/ (root)
Il file system di root è al vertice della gerarchia, il punto dove il filesystem primario viene montato e da cui tutti gli altri file system derivano. Tutti i file e directory sono visualizzati sotto la directory root /, anche se sono memorizzati su dispositivi fisici differenti. Il contenuto del filesystem di root deve essere adeguato per l'avvio, il ripristino, il recupero e/o la riparazione del sistema. Pertanto, alcune directory presenti in / non sono candidate per essere partizioni separate. (Vedere l'avviso in seguito).
Nota: Il Supporto per avere una come partizione separata per /usr non viene fornito di default [1]. Se si ha un motivo valido per farlo, si legga /Usr su una partizione separata.
/boot
Questa directory contiene i kernel (ed eventuali immagini ramdisk associate) e i file necessari al bootloader per poter avviare il sistema. Contiene anche dati usati prima che il kernel esegua programmi in spazio utente. Questo potrebbe includere settori del MBR salvati e files di mapping dei settori. Tale directory, pur essendo essenziale per l'avvio del sistema, è l'unica che può essere ancora conservata in una partizione separata (se richiesto).
Attenzione: A differenza di /boot, le altre directory essenziali per l'avvio devono risiedere sulla stessa partizione di /. Le directory essenziali sono: /bin, /etc, /lib, /sbin e /usr.[2]
/home
Fornisce sottodirectory per ogni utente del sistema. Contiene vari dati personali e i file di configurazione specifici dell'utente per le varie applicazioni.
/tmp
Directory per i programmi che richiedono l'archiviazione di file temporanei come i .lck, che possono essere usati per prevenire più istanze di un rispettivo programma fino a quando un compito è completato. A questo punto il file .lck saranno rimossi. I programmi non devono assumere che il contenuto di /tmp sia conservato tra le chiamate dei programmi poiché i file e directory che si trovano in /tmp saranno generalmente cancellati ogni volta che il sistema viene riavviato.
/var
Contiene dati di sistema variabili, come le directory dei file di spool, dati amministrativi e log di sistema, la cache di pacman, l'albero ABS, etc. /var esiste per consentire di montare {ic|/usr}} in sola lettura. Tutto ciò che storicamente è presente in /usr, e che viene scritto durante il funzionamento del sistema (eccezion fatta per l'installazione e la manutenzione del software), deve risiedere in /var.
Nota: /var contiene file di piccole dimensioni. La scelta del tipo di filesystem (si veda sotto) deve tenerne conto nel caso si intenda utilizzarla come partizione separata.

Ci sono molti vantaggi nel distribuire le directory su più partizioni invece che tenerle tutte in una sola:

  • Sicurezza: i filesystem possono essere configurati in /etc/fstab come 'nosuid', 'nodev', 'noexec', 'readonly', ecc.
  • Stabilità: un utente, o un programma malfunzionante, può riempire completamente il filesystem di spazzatura se ne ha i permessi di scrittura. Programmi critici che risiedono in un filesystem differente non vengono interrotti.
  • Velocità: Un file system che viene riscritta troppo spesso può diventare frammentato. Filesystem separati rimangono inalterati e ciascuno può essere deframmentato separatamente. La frammentazione può essere evitata facendo in modo che ogni file system non è mai in pericolo di riempire completamente.
  • Integrità: Se un filesystem viene danneggiato, filesystem separati non vengono compromessi.
  • Versatilità: Condividere dati fra vari sistemi diventa più comodo usando filesystem indipendenti. Inoltre possono essere scelti tipi di filesystem differenti in base alla natura dei dati e all'utilizzo.
Quanto dovrebbero essere grandi le partizioni?

La risposta è che dipende dalle esigenze personali, ma le seguenti informazioni possono risultare utili:

/boot — 100 MB 
Una partizione di /boot richiede di solito solo 100 MB.
/ — 15-20 GB 
Il filesystem root / deve contenere anche la cartella /usr, che può crescere considerevolmente, dipendendo da quanto software verrà poi installato. 15-20 GB possono essere sufficienti per la maggior parte degli utenti con i moderni hard disk.
/var — 8-12 GB 
Il filesystem /var conterrà, oltre al resto, l'albero ABS e la cache di pacman. Mantenere i pacchetti di pacman "in salvo" nella cache, risulta utile e versatile, in quanto permette di fare il downgrade dei pacchetti in caso di bisogno futuro. Per questo motivo /var tende crescere di dimensione. La cache di pacman, in particolare, crescerà nel tempo, come il sistema è ampliato e aggiornato. Tuttavia è possibile svuotarlo facilmente in qualsiasi momento. Se si utilizza un disco SSD, si potrebbe anche installare /var su un disco rigido, mantenendo le partizioni / e /home sul proprio disco SSD, limitando così il numero di letture e scritture sull'SSD. 8-12 GB su un sistema desktop dovrebbero bastare per /var. I server invece, tendono ad avere dei /var estremamente grossi.
/home — [Molto grande] 
Il filesystem /home è tradizionalmente il posto dove vengono conservati dati, downloads, e file di applicazioni multimediali, perciò su un sistema desktop è normalmente il filesystem che richiede le dimensioni più grandi. Da ricordare inoltre, che in caso di re-installazione di Arch, tutti i dati contenuti in /home non verranno in nessun caso persi con l'utilizzo della partizione separata.
Nota: Se possibile, uno spazio extra del 25% aggiunto ad ogni filesystem , fornirà un cuscino di sicurezza nel caso di future espansioni e una protezione atta a prevenire la frammentazione.

Creazione dei filesystem: informazioni generali

Specificare per ogni partizione il suo punto di montaggio corrispondente alle proprie esigenze. (Si ricordi che le partizioni terminano con un numero (es: sda1). Di conseguenza, sda di per sé non è una partizione, ma piuttosto, indica l'intero disco).

Tipi di Filesystem

Ogni singola partizione del disco può essere configurata utilizzando uno dei tanti file system disponibili. Ognuno ha i propri vantaggi, svantaggi, e idiosincrasie uniche. Segue una breve panoramica dei filesystem supportati, i link puntano alle pagine di wikipedia che forniscono molte più informazioni:

  1. ext2 Second Extended Filesystem- È un filesystem GNU/Linux maturo e molto stabile, ma ha l'inconveniente di non avere il supporto al journaling e ai "Barriers". L'assenza del supporto al journaling può causare la perdita di dati in caso di mancanza di corrente o di un crash di sistema. Può essere sconveniente utilizzarlo per le partizioni root (/) e /home, e ciò è dovuto al suo controllo dell'integrità molto lungo. Un filesystem ext2 può facilmente essere convertito in ext3.
  2. ext3 Third Extended Filesystem- Essenzialmente è il file system ext2, ma con il supporto per il journaling e alla scrittura dei barrier. Ext3 è completamente compatibile con Ext2 ed è ben collaudato ed estremamente stabile.
  3. ext4 Fourth Extended Filesystem- É un filesystem più recente ed è retro-compatibile con le versioni ext2 ed ext3. Introduce il supporto per i volumi con dimensioni fino a 1 exabyte(cioè 1.048.576 terabyte) e file con dimensioni fino a 16 terabyte. Aumenta il limite da 32.000 sottodirectory di ext3 a 64.000. Offre capacità di deframmentazione in linea.
  4. ReiserFS (V3)- Il file system con journaling ad alte prestazioni di Hans Reiser usa un metodo di manipolazione dati molto interessante, basato su un algoritmo innovativo. ReiserFS è molto veloce e reattivo, specialmente nella gestione di molti file di piccole dimensioni. È veloce per quanto riguarda la formattazione, ma relativamente lento nel montaggio. Da considerarsi maturo e stabile, ReiserFS(V3) non è più attivamente sviluppato (Reiser4 è il nuovo filesystem Reiser). In genere rappresenta una buona scelta per le partizioni /var.
  5. JFS - É il journaling FS di IBM. JFS è stato il primo filesystem ad offrire il journaling, ed è stato impiegato per molti anni nel sistema operativo IBM AIX® prima di accedere a GNU/Linux. JFS è il filesystem che occupa meno risorse CPU tra tutti quelli disponibili per GNU/Linux. Veloce nella formattazione, montaggio e controllo integrità (fsck). JFS offre ottime prestazioni in generale, specialmente in associazione con il "deadline I/O scheduler".) Non così largamente supportato come i filesystem Ext o ReiserFS, ma ben collaudato e stabile.
    Nota: Si noti che il filesystem JFS non può essere ridimensionato tramite utility come gparted o Parted Magic.
  6. XFS - Un altro tra i primi filesystem con journaling, sviluppato originariamente da Silicon Graphics per il sistema operativo IRIX e portato poi su GNU/Linux. XFS offre una gestione molto veloce su file di grandi dimensioni, ed è un filesystem molto veloce in fase di formattazione e montaggio. Test di benchmark comparativi hanno evidenziato di essere più lento quando lavora con molti file di piccole dimensioni. XFS è ben collaudato e supporta servizi di deframmentazione online.
    Nota: Si noti che il filesystem XFS non può essere ridimensionato tramite utility come gparted o Parted Magic.
  7. vfat - o Virtual File Allocation Table è tecnicamente semplice e supportato da quasi tutti i sistemi operativi esistenti. Questo lo rende un formato utile per le solid-state memory card ed è pratico per condividere dati tra i sistemi operativi.
  8. Btrfs - Conosciuto anche come "Better FS", Btrfs è un nuovo filesystem con notevoli e potenti caratteristiche, simili all'eccellente ZFS sviluppato da Sun/Oracle. Questi comprendono la creazione di istantanee (snapshots), lo striping e mirroring multi-disco (RAID software fondamentalmente senza mdadm), checksuming, backup incrementale, e la compressione on-the-fly integrata, che può dare un impulso significativo delle prestazioni, nonché di risparmiare spazio. A partire da gennaio 2011 Btrfs è ancora considerato "instabile" anche se è stato inserito nella ramo principale del kernel con uno stato sperimentale. Btrfs sembra essere il futuro del filesystem di GNU/Linux, ed è presente come scelta opzionale per il filesystem di root nelle installazioni delle maggiori distribuzioni.
    Attenzione: Allo stato attuale Btrfs non ha nessun tool stabile di manutenzione fsck, quindi qualsiasi danneggiamento o corruzione del file system risulta impossibile da riparare.
  9. nilfs2 - New Implementation of a Log-structured File System (Nuova implementazione di un file system con struttura a log), è stato sviluppato da NTT. Si registrano tutti i dati in un formato continuo simile ad un file-log che subisce solo aggiunte e non è mai sovrascritto. È stato progettato per ridurre i tempi di ricerca e minimizzare il tipo di perdita di dati che si verifica dopo un incidente con i tradizionali filesystem Linux.
Journaling

Tutti i filesystem sopra citati, ad eccezione di ext2, utilizzano il journaling. I file system con journaling, utilizzano un "diario" per registrare le modifiche prima che queste siano inviate al file system. Nel caso di un crash del sistema o di una interruzione di corrente tale procedura è più veloce per riportare on-line il sistema e a meno probabilità di avere perdita di dati o di essere danneggiato.

Non tutte le tecniche di journaling sono uguali: in particolare, solo ext3 ed ext4 si avvalgono della modalità data-mode, che annota sia i dati che i meta-dati. Il journaling in modalità Data-mode soffre di una penalizzazione di velocità significativa e non è abilitata di default. Gli altri filesystem supportano unicamente la modalità ordered-mode-journaling, che registra solo i meta-dati. Mentre tutti i journaling restituiranno un filesystem ad uno stato valido dopo un crash, il journaling in modalità Data-mode offre la massima protezione contro la corruzione e la perdita di dati. Vi è quindi un compromesso in termini di prestazioni del sistema in quanto il journaling in modalità data-mode effettua due operazioni di scrittura: prima al journaling e poi al disco. Il Trade-off tra la velocità del sistema e la sicurezza dei dati deve essere preso in considerazione quando si sceglie il tipo di filesystem.

Opzione 1: Auto prepare

l'opzione Auto-Prepare cancella l'intero disco e lo suddivide in quattro partizioni, come segue:

  • Una partizione /boot formattata con filesystem ext2. Della dimensione predefinita di 100MB, ma può essere cambiata.
  • Una partizione swap delle dimensione di 256MB (modificabile).
  • Due partizioni separata per / e per /home, modificabili in dimensione e tipo di file system. È possibile scegliere come file system tra: ext2, ext3, ext4, ReiserFS, XFS, JFS, vfat, nilfs (sperimentale) e Btrfs (sperimentale). Si noti che entrambe le partizioni / e /home devono condividere lo stesso tipo di filesystem quando si usa l'opzione Auto-Prepare.

Tenere bene in conto che Auto-Prepare formatta completamente l'intero disco rigido scelto. Leggere il warning che si presenta con molta attenzione e assicurarsi di partizionare il dispositivo corretto.

Se non si desidera utilizzare la configurazione predefinita di preparazione automatica, è possibile impostare manualmente le partizioni. Questo sarà necessario se, per esempio, si sta configurando un sistema dual-boot con una partizione di Windows esistente. Il partizionamento manuale può essere realizzato con l'opzione 2 (seguito da opzione 3) o utilizzando un programma di utilità in ambiente live, come GParted.

Opzione 2: Partizionamento manuale dei dischi rigidi

Scegliendo il disco di destinazione si aprirà cfdisk per il partizionamento manuale (se si utilizza un disco SSD, altre scelte come gdisk o GNU Parted possono risultare preferibili). Il suo funzionamento può essere compreso con un esempio in cui, su un disco da 160 GB, sono realizzate quattro partizioni per root, var, swap e home. Seguendo le linee guida descritte sopra, il sistema di esempio conterrà una partizione root (/) da 15GB, una partizione /var da 10GB, una partizione di swap da 1 GB, e una partizione /home per lo spazio su disco rimanente. Si sottolinea ancora una volta che il partizionamento è una scelta personale e questo esempio è solo a scopo illustrativo.

Si sottolinea ancora una volta che il partizionamento è una scelta personale e questo esempio è solo a scopo illustrativo.

Cominciare creando la partizione primaria che conterrà la directory radice "/".

Scegliere New -> 'Primary' e immettere la dimensione desiderata (15.44 Gb in questo esempio) per la partizione di root /. Inserire la partizione all'inizio del disco. Scegliere come tipo di partizione (alla voce Type) 83 Linux. La partizione / creata apparirà come sda1 nell'esempio.

Allo stesso modo creare una seconda partizione primaria da 10.256 Gb per /var, dandole ancora come Tipo 83 Linux. La partizione /var creata apparirà come sda2.

In seguito creare una terza partizione per la swap. Selezionare la dimensione desiderata e specificare come Tipo 82 (Linux swap/Solaris). La partizioneswap creata apparirà come sda3.

Lo spazio rimanente sarà utilizzato per creare la directory /home. Identificarla come partizione primaria e impostarne la grandezza. Allo stesso modo selezionare come Tipo 83 Linux. La partizione /home creata apparirà come sda4.

Questo e come l'esempio di partizionamento dovrebbe apparire:

Name    Flags  Part Type   FS Type         [Label]         Size (MB)
-------------------------------------------------------------------------
sda1    Boot   Primary     Linux                           15440 #root
sda2           Primary     Linux                           10256 #/var
sda3           Primary     Linux swap / Solaris             1024 #swap
sda4           Primary     Linux                          133000 #/home

Scegliere Write e digita yes. Attenzione, questa operazione distruggerà i dati sul disco. Scegliendo Quit si esce dal partizionamento.

Familiarizzare con i vari filesystem discussi di seguito e poi procedere all'opzione 3.

Nota: Dal momento che le ultime versioni del kernel di Linux includono i moduli libata e PATA, tutti i dischi IDE SATA e SCSI hanno adottato lo schema di denominazione sdx. Questo è perfettamente normale e non deve essere una preoccupazione.

Opzione 3:Configurare manualmente i dispositivi a blocchi, filesystems e punti di mount

Questa opzione richiede la presenza di partizioni esistenti (generata in Opzione 2, per esempio) ed è implementato da dev, etichette, o UUID. Sarà mostrato l'elenco delle partizioni riconosciute. Ogni partizione è identificata con un suffisso numerico. Ad esempio: sda1 identifica la prima partizione di un disco, mentre sda identifica l'intero disco.

Formattare ogni partizione con il filesystem desiderato e specificare punti di mount. si può scegliere una etichetta ed eventuali opzioni aggiuntive per mkfs.

Template:Box Note

Tornare al menu principale.

Selezionare i Pacchetti

Tutti i pacchetti dei software richiesti durante l'installazione si trovano nel repository [core]. Sono successivamente suddivisi tra base (i686|x86_64), e base-devel (i686|x86_64). Informazioni e descrizioni sui pacchetti presenti in [core] sono disponibili qui.

Bootloader

Vi verrà richiesto di selezionare GRUB o syslinux come bootloader.

Selezione dei pacchetti per gruppi

Per prima cosa, selezionare la categoria del pacchetto:

Nota: Tutti i pacchetti contenuti in base sono già selezionati in maniera predefinita. Usare la barra spaziatrice per selezionare o deselezionare i pacchetti.
  • base: Pacchetti software del repo [core] che forniscono un ambiente di base minimale. Selezionarlo in ogni caso e non rimuovere alcun pacchetto da esso, tutti i pacchetti di Arch Linux danno come presupposto che i pacchetti contenuti in base siano installati.
  • base-devel: Pacchetti ed utilità extra da [core] come make, e automake. Sarebbe meglio selezionarlo, in quanto, anche se non fondamentale in questa fase, sarà comunque molto utile in seguito se volete ampliare il vostro nuovo sistema. Il guppo base-devel è richiesto nell'installazione del software presente in AUR.

Dopo questa prima selezione delle categorie, saranno visualizzate le liste complete dei pacchetti disponibili, che consentiranno di affinare la selezione. Usare la barra spaziatrice per selezionare o deselezionare i pacchetti. Se non si è sicuri su quali pacchetti selezionare a questo punto dell'installazione, si può tralasciare questa operazione a aggiungere i pacchetti richiesti in seguito tramite pacman.

Nota: Se è richiesta una connessione con una rete wireless, il pacchetto wireless_tools e ora già disponibile in modo predefinito nel caso di una installazione CORE. Certe interfacce wireless richiedono ndiswrapper e/o uno specifico firmware. Se inoltre si avrà bisogno di usare il sistema di codifica WPA, sarà necessario wpa_supplicant. Il Wireless Setup page aiuterà nella scelta dei pacchetti necessari per il dispositivo wifi. Altra raccomandabile alternativa è l'installazione di netcfg, che assisterà nella configurazione della rete e dei suoi profili.

Dopo aver terminato con la selezione dei pacchetti, uscire dalla schermata e continuare con la seguente fase, cioè installare i pacchetti.

Installare i Pacchetti

Selezionando Install Packages, si installeranno i pacchetti selezionati per il nuovo sistema. Se è stato selezionato un fonte locale, le versioni dei pacchetti verranno prelevati dal CD-ROM/USB. Se si è optato per una fonte remota invece, i pacchetti verranno scaricati all'ultima versione disponibile da Internet e installati tramite pacman.

Nota: Verrà chiesto se si vogliono mantenere i pacchetti installati nella cache di pacman, sita in /var/cache/pacman/pkg. Se si sceglie 'sì', si avrà la flessibilità di effettuare un downgrade a versioni precedenti dei pacchetti in futuro. Questa impostazione è raccomandata se si ha sufficiente spazio disponibile. La cache crescerà nel tempo in quanto il sistema continua ad aggiornarsi, ma può essere cancellata, se necessario, con pacman.

Configurazione del sistema

Suggerimento: Seguire da vicino e comprendere questi passaggi è di importanza fondamentale per garantire un sistema configurato correttamente.

In questa fase di installazione, si dovrà configurare i file di configurazione principali del sistema base Arch Linux.

Ora verrà chiesto quale editor di testo si desidera utilizzare tra Nano, Vim o Joe. nano è generalmente considerato il più facile dei tre. Per le istruzioni su come usarli, si prega di consultare le pagine wiki relative al programma che si vuole utilizzare. Vi verrà presentato un menu tra i file di configurazione principale per il sistema.

Nota: È molto importante, arrivati a questo punto, modificare, o almeno di verificare, mediante l'apertura, tutti i file di configurazione. Lo script di installazione si basa sull'input per creare questi file sul proprio impianto. Un errore comune è quello di saltare questi passi critici di configurazione.

Il programma di installazione può gestire questa fase automaticamente?

Nascondere il processo di configurazione del sistema è in diretta opposizione con il metodo Arch'. Se è vero che le versioni recenti del kernel e gli strumenti hardware di sondaggio offrono un eccellente supporto hardware e la configurazione automatica, Arch presenta all'utente tutti i file di configurazione pertinenti durante l'installazione per le finalità di trasparenza e di controllo delle risorse di sistema. Modificando questi file in base alle proprie esigenze personali, si sarà imparato il semplice metodo della configurazione manuale di Arch Linux e sarà stata acquisita familiarità con la struttura di base e dimestichezza ad usare e gestire produttivamente il nuovo sistema.

/etc/rc.conf:

Arch Linux utilizza il file /etc/rc.conf come sede principale per la configurazione del sistema. Questo file contiene una vasta gamma di informazioni per la configurazione, come timezone, keymap, moduli del kernel, networking e demoni di avvio. Inoltre contiene anche le impostazioni provenienti dai vari file /etc/rc*.

Sezione LOCALIZATION
HARDWARECLOCK 
Specifica se l'orologio hardware, che è sincronizzato al boot e allo spegnimento del computer, negozi il tempo come UTC (orario universale), o localtime. UTC è raccomandato poiché semplifica notevolmente il cambiamento del fuso orario e dell'ora legale. Si veda Impostare l'orologio.
TIMEZONE 
Specifica il proprio fuso orario, Es:"Europe/Rome". Ulteriori zone sono reperibili in /usr/share/zoneinfo/.
KEYMAP 
Definisce la mappatura della tstiera, Es:"it". Ulteriori mappature per la tastiera sono reperibili in /usr/share/kbd/keymaps, la mappatura scelta con questo parametro influisce solamente nella console TTY, non assegna la mappatura al proprio gestore di finestre e/o ambiente desktop, compresi i relativi emulatori di terminali lanciati da essi.
CONSOLEFONT 
Font alternativi per la console si trovano sotto /usr/share/kbd/consolefonts/. Può essere lasciato vuoto.
CONSOLEMAP 
le mappature tasti-caratteri per la console si trovano in /usr/share/kbd/consoletrans. Può essere lasciato vuoto.
LOCALE 
Questa voce definisce il vostro ambiente locale, che sarà utilizzato da tutte le applicazioni, e utilità, che si basano su i18n. È possibile ottenere una lista dei codici di localizzazione eseguendo locale -a da riga di comando. L'impostazione di default va bene per gli Stati Uniti e gli utenti inglesi, per impostare l'italiano immettere "it_IT.UTF-8". Tuttavia, se si verificano problemi come ad esempio alcuni caratteri di stampa risultano errati e sostituiti da diversi simboli, è possibile tornare indietro e sostituire "it_IT.utf8" con "it_IT".
DAEMON_LOCALE
Impostando il parametro su "yes" verrà utilizzata la variabile d'ambiente $LOCALE come valore di localizzazione. Impostandolo su "no" utilizzaerà locale C.
USECOLOR 
Impostare su "yes" se si dispone di un monitor a colori e si desidera avere i colori nella console.

Esempio per LOCALIZATION:

 HARDWARECLOCK="UTC"
 TIMEZONE="Europe/Rome"
 KEYMAP="it"
 CONSOLEFONT=
 CONSOLEMAP=
 LOCALE="it_IT.UTF-8"
 DAEMON_LOCALE="yes"
 USECOLOR="yes"
Sezione HARDWARE
MODULES 
Se di conosce che un modulo non viene caricato, allora può essere specificato in questa sezione per forzarne il caricamento. Ad esempio se si prevede di utilizzare il filesystem loopback, aggiungere "loop".
Nota: Normalmente tutti i moduli vengono caricati automaticamente da udev, e risulta raro che si necessiti di aggiungere un modulo in questa sezione.

Esempio per HARDWARE:

# Scan hardware and load required modules at boot
 MODULES=()
Sezione NETWORKING
HOSTNAME 
Impostare un HOSTNAME a proprio piacimento, questo è il nome per il proprio computer. Deve essere impostato anche nel file /etc/hosts.

Esempio:

 HOSTNAME="arch"
interface
Specifica qui l'interfacce di rete che si vuole utilizzare per la propria connessione alla rete locale
address
Se si cuole utilizzare un indirizzo IP fisso , specificarlo qui. Lasciare vuoto per utilizzare DHCP.
netmask
Opzionale, come scelta predefinita è 255.255.255.0. Se si vuole utilizzare un netmask personalizzato, inserirlo qui. Lasciare vuoto per utilizzare DHCP.
broadcast
Opzionale. Se si vuole utilizzare un indirizzo broadcast personalizzato , inserirlo qui.
gateway
Se si vuole impostare un "indirizzo" IP statico, immettere qui l'indirizzo IP predefinito del proprio gateway (il proprio modem/router). Lasciare vuoto per utilizzare DHCP.
NETWORK_PERSIST 
Impostare questa voce a "yes" consentirà agli utenti collegati alla macchina via ssh di avere un logout più garbato quando questa viene riavviata o spenta. Questo è necessario se il dispositivo di root è su NFS.
NETWORKS
Questa è un'impostazione facoltativa per essere attivato solo se si utilizza il pacchetto netcfg con il pacchetto opzionale dialog. Abilita i profili di netcfg all'avvio. Questi sono utili se capita di aver bisogno di funzionalità di rete più avanzate rispetto al semplice supporto del servizio di rete, come le configurazioni di rete multiple (ad esempio, per gli utenti su laptop).

Esempio per un indirizzo IP Statico :

HOSTNAME="arch"
interface=eth0
address=192.168.1.100
netmask=255.255.255.0
broadcast=192.168.1.255
gateway=192.168.1.1
#NETWORKS=(main)

Esempio per un IP dinamico (DHCP) :

HOSTNAME="arch"
interface=eth0
address=
netmask=
broadcast=
gateway=
#NETWORKS=(main)

Ulteriori informazioni

Quando si utilizza un IP statico, si necessita la modifica di /etc/resolv.conf per specificare i server DNS personali. Si prega di consultare la seguente sezione per quanto riguarda la modifica di questo file.

Nota: Si ricorda che una connessione di rete wireless automatica richiede ulteriori procedure per essere impostata, e potrebbe essere richiesto l'utilizzo di programmi di gestione di rete come netcfg, wicd o NetworkManager. Si consulti la pagina relativa alla configurazione delle reti wireless per ulteriori informazioni.
Suggerimento: Se si desidera utilizzare una misura MTU non standard (anche nota come jumbo frames) e l'hardware della macchina lo supporta, consultare l'articolo wiki Jumbo Frames per ulteriori configurazioni.
Sezione DAEMONS

Questo elenco contiene i nomi degli script presenti in /etc/rc.d/, da eseguire all'avvio del sistema, nell'ordine in cui verranno eseguiti. É supportata l'inizializzazione asincrona tramite la modalità background, molto utilizzata per velocizzare la fase di boot.

DAEMONS=(@network syslog-ng netfs crond)
  • un punto esclamativo (!) davanti a uno script ne impedisce l'esecuzione.
  • una chiocciola (@) davanti a uno script ne forza l'esecuzione in background, in modo che lo script successivo non ne attende il completamento (utile per migliorare il tempo di avvio). Non mettere in background demoni che dipendono dall'esecuzione di altri demoni. Per esempio mpd dipende da network, metterlo in background potrebbe causare un malfunzionamento di mpd.
  • è necessario modificare questo elenco ogni volta che viene installato un nuovo servizio di sistema, se si desidera che tale servizio venga attivato all'avvio del sistema.
Nota: Questo sistema di inizializzazione in "stile BSD" è il metodo Arch di gestire ciò che altre distribuzioni gestiscono con vari link alla directory /etc/init.d.
Informazioni generali

La linea relativa ai demoni non deve essere modificata in questo momento, ma è utile spiegare che cosa siano, in quanto questo termine si ritroverà spesso in questa guida.

Un demone (daemon in inglese) è un programma che viene eseguito in background, rimane in attesa di eventi e fornisce servizi. Un buon esempio è un server web che attende una richiesta per fornire una pagina (ad esempio: httpd) o un server SSH in attesa di un login utente (ad esempio: sshd). Mentre queste sono applicazioni full-optional, ci sono anche demoni il cui lavoro non è facilmente visibile, come ad esempio un demone che scrive messaggi in un file di log (syslog o metalog), e un demone che fornisce un login grafico (es: gdm, kdm). Tutti questi programmi possono essere aggiunti alla riga daemons e verranno eseguiti all'avvio del sistema. Demoni utili saranno presentati nel corso di questa guida.

Suggerimento: Tutti i gli script dei demoni su Arch risiedono in /etc/rc.d/

/etc/fstab

Il file fstab (che sta per file systems table) fa parte della configurazione del sistema, classifica tutti i dischi e le partizioni del disco, e ne indica come devono essere inizializzati e come devono essere integrati del file system di sistema. È usato principalmente dal comando mount, il quale rende disponibile il contenuto di un filesystem "montandolo sopra" una directory già presente nel sistema. Il comando mount -a è richiamato dallo script di avvio /etc/rc.sysinit, a circa 3/4 del processo di avvio, e legge /etc/fstab per determinare quali opzioni usare durante il montaggio dei dispositivi ivi indicati. Se noauto viene aggiunto a un filesystem in /etc/fstab, mount-a non lo monterò al boot.

Un file /etc/fstab di esempio:

Ecco un file /etc/fstab di esempio:

/etc/fstab
  # <file system>                            <dir>     <type>  <options>       <dump> <pass>
 tmpfs                                      /tmp      tmpfs  nodev,nosuid         0      0
 UUID=0ddfbb25-9b00-4143-b458-bc0c45de47a0  /         ext4    defaults            0      1
 UUID=da6e64c6-f524-4978-971e-a3f5bd3c2c7b  /var      ext4    defaults            0      2
 UUID=440b5c2d-9926-49ae-80fd-8d4b129f330b  none      swap    defaults            0      0
 UUID=95783956-c4c6-4fe7-9de6-1883a92c2cc8  /home     ext4    defaults            0      2
Nota: Vedere l'articolo fstab per avere informazioni e suggerimenti su come migliorare le prestazioni con le opzioni noatime o relatime.
<file system> 
Descrive il dispositivo a blocchi o file system remoto da montare. Per il montaggio tradizionale, questo campo conterrà un link di un nodo di dispositivo a blocchi (in quanto creato da mknod che è chiamato da udev al boot) per il dispositivo da montare, per esempio, /dev/cdrom o /dev/sda1.
Nota: Se il sistema ha più di un disco rigido, il programma d'installazione di default userà come schema di denominazione gli UUID anziché la classica nomenclatura SDX, per la mappatura dei dispositivi compatibili. Utilizzare gli UUID ha diversi vantaggi ed è anche preferito per evitare eventuali problemi se vengono aggiunti dei dischi rigidi in futuro. A causa del continuo sviluppo attivo del kernel e anche di udev, l'ordine in cui i driver per il controllo di memoria vengono caricati possono cambiare in modo casuale, ottenendo un sistema non bootabile - kernel panic. Quasi ogni scheda madre ha diversi controller (SATA,IDE) e, a causa degli aggiornamenti di sviluppo di cui sopra elencati, /dev/sda potrebbe diventare /dev/sdb al riavvio successivo. (Vedere questo articolo del wiki per maggiori informazioni sulla denominazione persistente dei dispositivi a blocchi.)
<dir> 
Descrive il punto di montaggio del filesystem. Per la partizione di swap bisogna mettere none (le partizioni swap di fatto non vengono montate sul filesystem).
<type> 
Descrive il tipo di filesystem. Il kernel Linux supporta molteplici tipi di filesystem. (per una lista dei filesystem supportati dal kernel in uso, dare un occhiata a /proc/filesystems). Per la partizione di swap va usato swap. Il valore ignore invece fa sì che la partizione non venga considerata; è utile per mostrare dischi che non vengono utilizzati.
<options> 
Descrive le opzioni di montaggio, separate da virgola, per il filesystem di riferimento. Di solito include il tipo di montaggio più altre eventuali opzioni che possono differire in base al tipo di filesystem utilizzato. Per ulteriore documentazione sulle opzioni disponibili per filesystem che non siano di tipo nfs, far riferimento alla pagina man del comando mount(8).
<dump> 
Voce utilizza dal comando dump(8) per determinare quali file system devono essere oggetto di dumping. dump è una utility di backup. Se il quinto campo non è presente, di default gli verrà assegnato il valore zero e dump assumerà che il filesystem non necessita di backup. Si noti che dump non è installato di default.
<pass> 
Voce utilizzata dal programma fsck(8) per determinare l'ordine col quale i filesystem devono essere controllati al boot del sistema. Il filesystem di root ha la priorità più alte e dovrebbe essere contrassegnato col valore <pass> pari a 1, mentre tutti gli altri dovrebbero avere il valore di <pass> pari a 2. Filesystem con valori di <pass> uguale a 0 non verranno controllati. I filesystem presenti su uno stesso disco verranno controllati uno ad uno, mentre filesystem posti su dischi differenti verranno controllati contemporaneamente per sfruttare il parallelismo disponibile dall'hardware. Se il sesto campo non è presente o è zero, un valore pari a zero viene restituito e fsck, il quale assumerà che il filesystem non ha bisogno di essere controllato.
  • Ulteriori informazioni sono disponibili nel wiki Fstab dedicato.

/etc/mkinitcpio.conf

Nota: Modificare questa configurazione non è necessario a questo punto della installazione: queste informazioni sono fornite qui a titolo di spiegazione.

Questo file permette, attraverso mkinitcpio, di configurare a puntino il cosiddetto initial ram filesystem o initrd, cioè un'immagine g-zippata che caricata all'avvio dal kernel, permette di portare il sistema in uno stato dove può correttamente accedere al filesystem di root; ciò significa che l'initrd permette di caricare correttamente i moduli necessari per leggere dalle unità IDE, SCSI o SATA (o anche USB/FW se si sta caricando un sistema da un disco USB). Dopo che initrd ha caricato correttamente i moduli (sia in maniera manuale, sia tramite udev), esso passa il controllo del sistema al kernel vero e proprio, e la fase di boot continua. Per questa ragione, l'initrd necessita solo di contenere i moduli necessari ad accedere al filesystem di root, non necessita di contenere qualsiasi modulo si voglia caricare effettivamente nel sistema. La maggioranza dei moduli generici verranno poi caricati in un momento successivo da udev, durante il caricamento vero e proprio del sistema.

mkinitcpio è la nuova generazione dell'utilità per la creazione dell'initramfs. Esso possiede molti vantaggi rispetto ai vecchi scripts mkinitrd e mkinitramfs.

  • Usa glibc e busybox che sono sviluppati dagli sviluppatori del kernel in maniera da fornire una piccola e leggera base per l'userspace iniziale.
  • Può utilizzare udev per il riconoscimento automatico dell'hardware, ciò evita all'utente di dover caricare tonnellate di moduli non necessari.
  • Il suo script di inizializzazione basato sui cosiddetti hooks è facilmente estendibile con degli hooks personalizzati, che possono facilmente essere inclusi i pacchetti per pacman senza la necessità di modificare lo stesso mkinitcpio.
  • Fornisce già supporto a lvm2, dm-crypt per entrambi i volumi legacy e luks, raid, swsusp e TuxOnice riesumazione e boot da periferiche usb mass storage.
  • Molte caratteristiche possono essere configurate dalla riga di comando del kernel senza dover ricompilarne l'immagine.
  • Lo script mkinitcpio rende possibile l'inclusione dell'immagine nel kernel stesso, così da rendere la creazione di un kernel incluso in sé stesso (monolitico?) possibile.
  • La sua flessibilità rende la ricompilazione del kernel in molti casi non necessaria.

Se si utilizza RAID o LVM sul filesystem di root, l'HOOKS appropriato deve essere configurato. Consultare le pagine wiki LVM/RAID e /etc/mkinitcpio per ulteriori informazioni. Se si utilizza una tastiera non-US, aggiungere l'HOOK keymap per caricare la propria mappatura locale all'avvio. Aggiungere l'HOOK usbinput se si utilizza una tastiera USB (Altrimenti, se l'avvio fallisse per qualche motivo, sarebbe richiesto l'inserimento della password di root, ma si sarebbe impossibilitati ad effettuarlo.) Ricordarsi di aggiungere il usb durante l'installazione di Arch su un disco esterno che viene collegato via USB. Ad esempio:

HOOKS="base udev autodetect pata scsi sata usb filesystems keymap usbinput"

Se si ha bisogno del supporto all'avvio da dispositivo USB, Firewire, PCMCIA, condivisione NFS, array software RAID, volumi LVM2, volumi crittografati o supporto al DSDT, configurare i propri HOOKS coerentemente alle proprie necessità.

/etc/modprobe.d/modprobe.conf

Questo file può essere usato per impostare particolari opzioni di configurazione per i moduli del kernel. Non è necessario modificare questo file per questo esempio. L'articolo kernel modules contiene maggiori informazioni.

/etc/resolv.conf

Nota: Se si utilizza DHCP, è possibile ignorare questo file. Come impostazione predefinita, questo file verrà creato in modo dinamico e distrutto dal demone dhcpcd. È possibile modificare questo comportamento predefinito se lo desideri. Per informazioni più dettagliate consultare le pagine Network e Resolv.conf.

Il resolver è un insieme di routine nella libreria C che forniscono l'accesso ai Domain Name System (DNS). Una delle funzioni principali del DNS è quello di tradurre i nomi di dominio in indirizzi IP, per rendere il Web un posto più amichevole. Il file di configurazione resolver, o /etc/resolv.conf, contiene le informazioni che vengono lette dal resolver routine la prima volta che vengono invocate da un processo.

Se si utilizza un IP statico, impostare i server DNS in /etc/resolv.conf (nameserver <ip-address> ). Si possono avere più indirizzi in base alle proprie esigenze. Un esempio, utilizzando OpenDNS:

nameserver 208.67.222.222 
nameserver 208.67.220.220 

Se la propria rete e dietro un router, è possibile specificare i server DNS nel router stesso, e semplicemente inserire nel file /etc/resolv.conf l'indirizzo IP del router (che è anche il proprio gateway da /etc/rc.conf), e.g.:

nameserver 192.168.1.1

Se si utilizza DHCP, è possibile anche specificare il server DNS nel router, o consentire l'assegnazione automatica dal proprio ISP, se l'ISP ne prevede l'utilizzo.

/etc/hosts

Questo file mantiene alcune corrispondenze fra indirizzi IP e relativi nomi. Per ogni Host è rappresentata da una singola riga:

<IP-address> <hostname> [aliases...]

Aggiungere l'hostname definito prima in rc.conf come nel seguente esempio:

127.0.0.1  localhost.localdomain   localhost miohostname
Attenzione: Questo formato, tra cui il 'localhost' e il nome host effettivo, è richiesto per la compatibilità dei programmi che usano la rete per dialogare con altre parti del sistema operativo. Quindi, se il proprio computer è stato chiamato 'arch', la linea esposta di sopra dovrebbe assomigliare a questa:
127.0.0.1   localhost.localdomain   localhost arch
Errori in questa voce possono causare scarse prestazioni della rete e/o malfunzionamenti di alcuni programmi, lentezza ad avviarsi o addirittura potrebbero non funzionare affatto. Questo è un errore molto comune tra i nuovi utenti.
Nota: Le versioni recenti dell'Installer di Arch Linux aggiungono automaticamente il proprio hostname a questo file una volta che si modifica /etc/rc.conf con tali informazioni. Se, per qualunque motivo, ciò non accade, è possibile aggiungerlo manualmente con le istruzioni fornite.

Se si usa un IP statico in una rete locale, aggiungere una nuova riga <static-ip> <hostname.domainname.org> <hostname>, p. es.

192.168.1.100 miohostname.domain.org  miohostname
Suggerimento: È possibile usare degli alias per gli altri host nella propria rete o anche per i siti Internet, per esempio:
192.168.1.90   media
192.168.1.88   data
L'esempio riportato sopra dovrebbe consentire l'accesso dei media e server di dati sulla rete in base al nome e senza la necessità di scrivere i loro rispettivi indirizzi IP.

/etc/locale.gen

Il programma /usr/bin/locale-gen legge il file di configurazione /etc/locale.gen per generare le localizzazioni specifiche. Esse sono utilizzate da glibc per generare i "locale", in modo che tutte le applicazioni che sfruttano questo sistema possano usare la stessa lingua e i simboli specifici della lingua, visualizzare correttamente i valori monetari regionali, ora e formato della data, idiosincrasie alfabetiche, e le altre norme specifiche delle impostazioni internazionali.

Di default /etc/locale.gen è un file vuoto con le voci commentate. Una volta modificato, il file rimane intatto. locale-gen verrà eseguito ad ogni aggiornamento del pacchetto glibc, rigenerando tutte le localizzazioni specificate nel file /etc/locale.gen.

Scegliere i locale che servono, rimuovendo il prefisso # dalla riga desiderata, per esempio:

en_US ISO-8859-1
en_US.UTF-8
it_IT.UTF-8 UTF-8  
it_IT ISO-8859-1  
it_IT@euro ISO-8859-15

Il programma di installazione eseguirà lo script locale-gen, che genererà le localizzazioni specificate. È possibile modificare le impostazioni internazionali, in futuro, modificando il file /etc/locale.gen e, successivamente, eseguire locale-gen come utente root.

Nota: Sbagliare ad impostare il locale porterà sicuramente ad errori simili al classico "The current locale is invalid...". Questo è forse uno dei più comuni errori fatti durante una installazione dai nuovi utenti di Arch.

/etc/pacman.conf

Pacman tenterà di leggere il file /etc/pacman.conf ogni volta che viene eseguito. Questo file di configurazione si suddivide in sezioni, o repository. Ogni sezione definisce un repository di pacchetti che pacman può utilizzare durante la ricerca dei pacchetti. Diversamente la sezione options ne definisce le impostazioni globali.

Abilitare tutti i repository desiderati rimuovendo # davanti alle stringhe 'Include =' e '[repository]'.

Nota:
  • Le impostazioni predefinite dovrebbero funzionare, in tal modo la modifica a questo punto ne risulta superflua, ma è sempre consigliato verificarne il contenuto. Ulteriori informazioni sono disponibili nell'articolo Official Repositories.
  • Se state utilizzando una installazione a 64-bit, considerate di abilitare il repositorio multilib, per consentirvi di avere accesso ai software a 32-bit. Tutti i programmi a 32-bit sono presenti nel repositorio multilib per gli utenti che installano Arch a 64-bit. Abilitare multilib non è necessario per il corretto funzionamento del sistema, ma deve essere abilitato per poter usufruire di programmi a 32-bit.
  • Quando si sceglie un repository da abilitare, assicurarsi di decommentare entrambe le linee di intestazione, sia quella che racchiude il nome [tra-le-parentesi] sia la riga 'Include =' . In caso contrario il repository omesso! Questo è un errore molto comune.

/etc/pacman.d/mirrorlist

Siti mirror sono siti Internet in cui risiedono le copie esatte dei dati (da qui il nome mirror=specchio). Mirror multipli forniscono l'affidabilità, la ridondanza, e permetterà un più veloce trasferimento dei dati a seconda della posizione geografica. Siti chiusi generalmente danno velocità di trasmissione dati più elevata. Scegliere un mirror per i repository da utilizzare con pacman decommentando i mirror desiderati in questo file. Si ricorda che ftp.archlinux.org è sconsigliato poiché la velocità di download è limitata a 50KB/s. Consultare la pagina Mirrors per maggiori dettagli sulla configurazione dei mirror per pacman. Si noti che il mirror prescelto qui verrà riportato nella propria installazione.

root password

Per finire, impostare una password per l'utente root e assicurarsi di ricordarla in futuro. Tornare al menu principale e proseguire con l'installazione del bootloader.

Done

Quando si seleziona "Done" , il sistema ricostruisce l'immagine del sistema e riporta nuovamente al menu principale. Questo procedimento potrebbe richiedere del tempo.

Installare un bootloader

Nota: Se nel sistema è già installata una distribuzione GNU/Linux che si intende mantenere con un bootloader come GRUB o GRUB2, si può scegliere di saltare questo passaggio e si eseguire invece update-grub nella distribuzione esistente, dopo l'installazione.

Non avendo un sistema operativo secondario in questo esempio, ci sarà bisogno di un bootloader. GRUB è il bootloader consigliato e verrà utilizzato negli esempi che seguono. In alternativa, si può scegliere LILO o Syslinux. Si prega di consultare i wiki connessi e le pagine di documentazione se si sceglie di utilizzare un bootloader diverso da GRUB.

La configurazione di GRUB proposta (/boot/grub/menu.lst) dovrebbe essere sufficiente, ma è utile verificarne il contenuto per controllarne la precisione (in particolare, assicurarsi che la partizione root (/) sia quella specificata dal UUID sulla linea 3). Si può voler modificare la risoluzione della console aggiungendo una vga=<numero> alla prima riga del kernel, corrispondente alla risoluzione della console virtuale desiderata . (Una tavola di risoluzioni, e il numero corrispondente è presente nel file menu.lst.)

Spiegazione:

title 
Il titolo della voce visualizzato nel menu di selezione. "Arch Linux (Main)" verrà visualizzato nel menu di selezione.
root 
radice di GRUB'; il dispositivo e la partizione nella quale risiede il kernel (/boot), in accordo col BIOS di sistema. (Più precisamente, dove risiede lo stage2 di GRUB). non necessariamente il file system di root (/), visto che può trovarsi anche su partizioni separate. Lo schema di numerazione di GRUB parte da 0, ed usa un formato hdx,x sia per dispositivi IDE che SATA, racchiusi tra parentesi. L'esempio indica che /boot è la prima partizione sul primo dispositivo, in accordo al BIOS, (hd0,0).
kernel 
Questa riga specifica:
  • Il percorso ed il nome del kernel relativo alla radice di GRUB. Nell'esempio, /boot è semplicemente una directory situata nella stessa partizione di / e vmlinuz26 è il nome del file del kernel; /boot/vmlinuz26. Se /boot fosse stato su una partizione separata, il percorso ed il nome del file sarebbero stati semplicemente /vmlinuz26, essendo relativi alla radice di GRUB.
  • L'argomento root= tra le informazioni del kernel specifica la partizione contenente la directory root (/) nel sistema avviato, (più precisamente, la partizione contenente /sbin/init). Un modo semplice per distinguere le due istanze di 'root' all'interno di /boot/grub/menu.lst è di ricordare che la prima specifica a GRUB dove risiede il kernel, mentre il secondo argomento della riga kernel, root=, dice al kernel dove risiede il filesystem di root (/) .
  • Opzioni del kernel. In questo esempio, ro monta il filesystem in sola lettura all'avvio, (solitamente una pre-impostazione di sicurezza; potrebbe rendersi necessario modificare questa impostazione in caso di problemi all'avvio). Si tenga in considerazione che, a seconda dell'hardware, potrebbe essere necessario aggiungere rootdelay=8 alle opzioni del kernel in modo da poter fare il boot da un disco rigido esterno USB.
initrd 
Il percorso ed il nome del filesystem RAM iniziale relativo alla radice di GRUB. Ancora una volta, nell'esempio, /boot è semplicemente una directory residente sulla stessa partizione di / e 'initramfs-linux.img è il nome del file initrd; /boot/initramfs-linux.img. Se /boot fosse stata su una partizione separata, il percorso ed il nome del file sarebbe stato semplicemente /initramfs-linux.img, essendo relativo alla radice di GRUB.

Esempio:

title  Arch Linux (Main)
root   (hd0,0)
kernel /boot/vmlinuz-linux root=/dev/sda1 ro quiet
initrd /boot/initramfs-linux.img

Esempio per una partizione di /boot separata:

title  Arch Linux (Main)
root   (hd0,0)
kernel /vmlinuz-linux root=/dev/sda3 ro quiet
initrd /initramfs-linux.img

Installare il bootloader GRUB nel master boot record (/dev/sda nell'esempio).

Nota: L'installer di Arch Linux prima della versione 2011/08/19 includeva l'opzione per installare il bootloader su una partizione o sul'MBR. Questa opzione è stata rimossa e quindi non è più possibile installare il bootloader su una partizione utilizzando AIF (vedere FS#25726). Se si desidera installare il bootloader su una partizione di avvio, è sufficiente uscire da AIF senza invocare il procedimento "Install bootloader" e installare il bootloader manualmente.

Riavvio

Questo è tutto! È stato configurato e installato il sistema base di Arch Linux. Uscire dall'installazione e riavviare il sistema:

# reboot
Suggerimento: Assicurarsi di rimuovere il supporto di installazione e, nel caso, cambiare nel BIOS l'ordine di avvio per avviare dal disco rigido invece che dal CD-ROM, altrimenti si potrebbe avviare nuovamente l'installazione!

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